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Quarant'anni dopo, l'Italia di Giorgia Meloni riapre le porte al nucleare

L’Italia torna a dotarsi di un quadro giuridico per produrre energia elettrica da fonte nucleare. Il 23 settembre il Senato ha approvato in via definitiva la legge delega presentata dal ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, con 81 voti favorevoli, 51 contrari e 7 astenuti. Il testo, votato senza modifiche dopo il via libera della Camera dei Deputati il 4 giugno, chiude quasi quattro decenni di assenza dell’atomo dalla politica energetica italiana.

Il Paese aveva voltato le spalle al nucleare dopo il referendum del 1987, svoltosi sull’onda di Chernobyl, che aveva portato alla chiusura delle centrali. Un tentativo di rilancio era poi stato bocciato nel 2011, dopo Fukushima, da oltre il 90% dei voti validi. Per Giorgia Meloni, che in primavera si era impegnata a completare il quadro normativo, questo voto rappresenta una promessa mantenuta. La presidente del Consiglio ha salutato una scelta che giudica coraggiosa e di buon senso.

Il testo non costruisce alcuna centrale. Delega il governo ad adottare, entro dodici mesi, decreti legislativi che coprono l’intero ciclo: sperimentazione, localizzazione, costruzione ed esercizio dei reattori, combustibile, stoccaggio e gestione dei rifiuti radioattivi, smantellamento dei vecchi impianti. Prevede inoltre un Programma nazionale per il nucleare sostenibile e la fusione, un riordino delle funzioni di controllo sulla sicurezza, con la possibilità di istituire un’autorità indipendente, eventuali forme di sostegno agli investitori e campagne informative nei territori interessati.

La legge segue un principio di neutralità tecnologica: piccoli reattori modulari (SMR), reattori avanzati, microreattori e fusione restano tutti possibili. Non indica alcun sito.

Il ministro Pichetto Fratin promette i decreti attuativi entro la fine dell’anno e punta all’entrata in funzione dei primi reattori intorno al 2034-2035. Il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) prevede una capacità tra 8 e 16 GW al 2050, pari all’11-22% della domanda elettrica. Il governo presenta l’atomo come complemento delle rinnovabili, destinato a ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia e la volatilità dei prezzi.

Il voto ha seguito le linee di divisione politica: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e Azione hanno votato a favore, mentre Partito democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra (AVS) si sono opposti. Angelo Bonelli, co-portavoce di AVS, denuncia centrali molto costose che non daranno alcuna risposta al caro bollette attuale. Il Movimento 5 Stelle si dice invece non contrario per principio al nucleare, ma chiede al governo di specificare la tecnologia scelta.

Resta un dossier mai risolto: l’Italia non ha ancora individuato il sito per il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi ereditati dalle vecchie centrali.

Questo rilancio interessa direttamente gli attori francesi. Primo parco nucleare d’Europa, la Francia dispone di un’industria e di competenze a cui Roma potrebbe rivolgersi, mentre i gruppi italiani, riuniti in particolare nella società Nuclitalia, cercano di ricostruire una filiera nazionale. Il contenuto dei decreti, attesi entro dicembre, dirà fin dove l’Italia è pronta a spingersi.

Fonte: https://www.lemonde.fr/economie/article/2026/10/03/georgia-meloni-prete-a-relancer-le-nucleaire-quarante-ans-apres-la-sortie-italienne-de-l-atome_6787741_3234.html?srsltid=AU7gw4XcKCEJO34qM1zqHNlX76tTHJVpk9mys8jJ5IYwGeYvhITlKWyS