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Rafforzare le sinergie italo-francesi per garantire la nostra sovranità energetica: L’esempio del biometano

ARTICOLO A CURA DI Adrien GUYOT

 

Il 24 febbraio 2022 ha segnato una svolta per l’Europa energetica. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha brutalmente rivelato la vulnerabilità dei paesi europei di fronte alla loro dipendenza dalle importazioni di idrocarburi. Un concetto che si credeva ormai superato è quindi riemerso con forza: quello della sovranità energetica. La Francia e l’Italia, storicamente dipendenti dal gas e dal petrolio stranieri, hanno intrapreso una corsa contro il tempo: diversificare le loro fonti di approvvigionamento, rilocalizzare le capacità produttive e riprendere il controllo del proprio destino energetico.

 

In questo contesto, il Trattato del Quirinale, firmato nel 2021, costituisce un quadro politico strategico per rafforzare la cooperazione bilaterale. Esso getta le basi per una sovranità industriale ed energetica comune, fondata sull’innovazione e sui partenariati strategici. Il presente dossier intende fare il punto sulle dinamiche in atto da entrambe le sponde delle Alpi, al fine di mettere in luce le sinergie esistenti e proporre alcune linee di approfondimento.

 

Questo primo articolo apre la serie con un approfondimento su un settore ancora poco visibile ma altamente strategico: quello del biometano. Mentre gli usi del gas rimangono centrali su entrambi i versanti delle Alpi e le esigenze di transizione si intensificano, una cooperazione strutturata attorno a questo settore potrebbe diventare una leva decisiva per costruire una sovranità energetica sostenibile e condivisa.

Un’esigenza strategica rafforzata dalla crisi del gas in Europa

 

L’impennata dei prezzi dell’energia, in particolare del gas, ha messo in luce la vulnerabilità dei nostri approvvigionamenti. Il gas rimane oggi una componente centrale del mix energetico europeo per il riscaldamento, l’industria e la gestione dei picchi di domanda elettrica, e la Francia e l’Italia non fanno eccezione.

 

In Francia, ogni anno vengono consumati circa 400 TWh di gas, che rappresentano quasi il 25% del consumo energetico finale. Nel 2023, la produzione di biometano immesso nelle reti raggiungerà solo 9,1 TWh, pari a appena il 2,4% del consumo di gas. In Italia, il gas occupa un posto ancora più importante, rappresentando circa il 40% del consumo energetico totale nel 2022 (circa 625 TWh). Viene utilizzato per la produzione di energia elettrica (42%), per uso residenziale (27%) e industriale (19%). Il biogas rappresenta solo il 3,4% di questo consumo, nonostante il potenziale di produzione agricola sia enorme: più di tre volte il consumo annuale del paese nel 2019.

 

La strategia di decarbonizzazione dei due Stati si basa su un duplice obiettivo: ridurre l’uso del gas attraverso l’elettrificazione (pompe di calore, energie rinnovabili, decarbonizzazione industriale) e sostituire gradualmente il gas fossile con biometano prodotto localmente. In un contesto di impennata dei prezzi del GNL, che pesa sulla competitività delle imprese europee, come sottolineato dal rapporto Draghi lo scorso settembre, diventa indispensabile accelerare la diffusione del biometano per garantire e rilocalizzare il nostro approvvigionamento di gas.

 

Questo è l’obiettivo delle politiche di sostegno messe in atto in Francia e in Italia, che riflettono tuttavia logiche industriali distinte.

 

 

Due modelli di sostegno distinti da una parte e dall’altra delle Alpi

 

Come l’Italia, anche la Francia ha inizialmente sostenuto la produzione di energia elettrica da biogas attraverso impianti di cogenerazione (che producono sia energia elettrica che calore), in particolare attraverso tariffe di acquisto introdotte negli anni 2000 e rafforzate dopo il Grenelle dell’ambiente.

 

Tuttavia, a partire dal 2011, la strategia francese si è progressivamente evoluta verso un sostegno esplicito all’immissione di biometano nelle reti del gas, con l’introduzione di una tariffa di acquisto dedicata, sostenuta da un quadro normativo strutturante. Questa svolta è stata rafforzata nel 2016 e accompagnata da una forte mobilitazione degli attori della rete (GRDF, GRTgaz) e dei territori, consentendo l’emergere di una filiera sempre più integrata a livello locale. Questo modello ha favorito uno sviluppo decentralizzato, sostenuto da unità di medie dimensioni a prevalenza agricola o territoriale. Gli impianti di piccole dimensioni, con una capacità unitaria inferiore a 15 GWh/anno, rappresenteranno così, alla fine del 2023, il 52% degli impianti e il 29% della capacità di immissione totale.

 

L’Italia, dal canto suo, ha sostenuto massicciamente la produzione di energia elettrica da biogas (attraverso tariffe incentivanti a partire dal 2008) seguendo l’esempio della Germania. Ha mantenuto il suo sostegno alla cogenerazione più a lungo prima di orientarsi verso l’immissione in rete, in particolare attraverso il Decreto Biometano del 2018 che promuove il biometano come carburante. Questo quadro mira quindi in via prioritaria agli usi nel settore della mobilità (bioGNV, bioLNG), con impianti più rari ma spesso più grandi e centralizzati.

 

All’inizio del 2023, la Francia contava oltre 500 siti che immettevano biometano nelle reti (GRTgaz, GRDF), contro meno di 100 in Italia (SNAM), ma con una produzione media unitaria tre volte superiore in Italia.

 

Tuttavia, con l’impulso dell’Unione europea, è oggi in atto una convergenza dei dispositivi di sostegno a favore dell’immissione di biometano.

Verso una convergenza dei quadri politici franco-italiani

 

A seguito della crisi energetica, la direttiva RED III e il piano REPowerEU hanno dato un nuovo impulso al biometano a livello dell’UE. L’obiettivo europeo è ambizioso: 35 miliardi di m³ di produzione annua entro il 2030 (circa 350 TWh). A tal fine, Bruxelles incoraggia ora l’immissione diretta di biometano nelle reti del gas, ponendo l’accento sulla tracciabilità, sui criteri di sostenibilità e sulla compatibilità con gli usi agricoli.

 

L’Italia ha colto questo impulso con un nuovo decreto sul biometano nel 2022, integrato nel suo Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza (PNRR). Esso si basa su diversi pilastri:

– sovvenzioni agli investimenti (per i nuovi impianti e quelli a biogas che desiderano convertirsi al biometano) che coprono fino al 40% dei costi (1,7 miliardi di euro);

– contratti per differenza (CfD) di 15 anni per un totale di 2,8 miliardi di euro.

– i CIC (Certificati di Immissione in Consumo), certificati che attestano che una certa quantità di energia rinnovabile è stata immessa o consumata nei trasporti e che consentono di sostenere la domanda.

 

Anche in Francia è in atto un forte sostegno politico. Sebbene la tariffa di acquisto dell’energia prodotta (finanziata dal bilancio dello Stato) rimanga lo strumento di sostegno principale, stanno emergendo nuove modalità: gare d’appalto, certificati di produzione di biogas (CPB), incentivi fiscali (esenzione dalla tassa interna sul consumo di gas naturale, detta TICGN), semplificazione degli allacciamenti.

 

Lo sviluppo del biometano e la promozione dell’immissione diretta richiederanno anche una riduzione dei tempi medi di sviluppo dei nuovi progetti (che oggi vanno dai 3 ai 6 anni, mentre la costruzione in sé richiede solo un anno). A tal fine sarà fondamentale ridurre i tempi di ottenimento delle autorizzazioni.

 

Al di là del crescente allineamento dei quadri normativi, questa convergenza franco-italiana si concretizza in diversi progetti industriali transfrontalieri.

Cooperazioni industriali concrete

 

Panoramica di due iniziative emblematiche:

 

– Pégasus: metanizzazione innovativa in Valle d’Aosta

L’azienda francese Khimod e la società di ingegneria italiana Hydroalp stanno sviluppando un innovativo impianto di metanizzazione in Valle d’Aosta. Inaugurato all’inizio del 2026, combinerà CO₂ proveniente dalla metanizzazione agricola e idrogeno verde locale per produrre 116 tonnellate/anno di e-metano iniettabile nella rete italiana (SGI).

– Waga Energy in Toscana

Il gruppo francese Waga Energy collabora con CSAI (filiale di Iren) per installare la sua tecnologia WAGABOX® nel sito di Podere Rota, vicino ad Arezzo. A partire dal 2026, saranno immessi nella rete circa 29 GWh/anno di biometano, pari al fabbisogno di 3.400 famiglie. Un secondo progetto è stato firmato nel 2025 con Scapigliato, nel comune di Rosignano Marittimo.

Questi esempi illustrano il potenziale di una catena del valore comune, che unisce know-how agricolo, ingegneria industriale e innovazione tecnologica.

 

Conclusione: un asse franco-italiano per l’energia verde

 

La Francia e l’Italia incarnano due modi complementari di affrontare la transizione verso il biometano. Se le strategie differiscono, gli obiettivi convergono: rilocalizzare la produzione energetica, decarbonizzare gli usi, rafforzare l’autonomia strategica.

 

Basandosi sui rispettivi punti di forza, l’iniezione diretta da parte francese e gli strumenti di sostegno innovativi (CfD e CIC) da parte italiana, e moltiplicando le cooperazioni concrete, i due paesi possono diventare un vero e proprio pilastro per la sovranità energetica in Europa.

Questo ravvicinamento potrebbe inserirsi nel quadro del Biomethane Industrial Partnership, che associa la Commissione europea, gli Stati membri e l’industria per raggiungere l’obiettivo comune di 35 miliardi di m³ di produzione entro il 2030.

Diversi strumenti potrebbero consentire di tradurre questa ambizione in meccanismi concreti: la creazione di una task force franco-italiana sui gas rinnovabili, la condivisione di bandi di gara transfrontalieri, l’estensione dei CfD a livello europeo o ancora una piattaforma comune per la certificazione delle garanzie di origine e dei certificati di produzione di biogas (CPB).Unendo le loro forze industriali, agricole e istituzionali, la Francia e l’Italia possono rendere il biometano non solo un pilastro credibile della transizione energetica, ma anche il simbolo di un’Europa più resiliente, più verde e, soprattutto, veramente sovrana.